Quando un’asta propone l’imitazione di un’opera il cui stesso autore, a cinque secoli di distanza, continua a cambiare nome

Oggi, a Salisburgo, Dorotheum metterà all’asta una Leda con il cigno e l’uovo, con Elena, Clitennestra, Castore e Polluce. Olio su tavola, 56,5 per 40 centimetri. Base d’asta: 400 euro.

Il nome che compare sopra il lotto è di quelli capaci di fermare lo sguardo: Jacopo Pontormo.

Poi basta una parola.

Nachahmer.

Imitatore.

E improvvisamente Pontormo c’è e non c’è.

È forse questo il primo insegnamento dell’asta che seguiremo oggi: nel mercato dell’arte una parola può pesare più di un’immagine. Può separare un dipinto dal suo autore, un nome dalla sua certezza e, inevitabilmente, l’opera dal suo prezzo.

Non stiamo dunque inseguendo il sogno di trovare un Pontormo a 400 euro. Non è questo che il catalogo sta dicendo. Dorotheum presenta chiaramente il dipinto come opera di un imitatore di Jacopo Pontormo e indica come riferimento una Leda di 55 per 40 centimetri conservata agli Uffizi.

Ed è proprio qui che la storia, anziché chiarirsi, diventa più interessante.

Un originale che cambia autore

La Leda degli Uffizi ha attraversato i secoli cambiando più volte paternità.

Nel 1589 era registrata come opera di Andrea del Sarto. Negli inventari del 1635 e del 1704 diventò Pontormo. Nel Settecento e ancora nel 1825 fu assegnata a Perin del Vaga. Nell’Ottocento tornò Pontormo. Nel tempo sono entrati nella discussione anche Bachiacca, Domenico Puligo e Visino.

Oggi il Catalogo Generale dei Beni Culturali la registra come “Andrea del Sarto (cerchia)” e colloca il dipinto circa tra il 1512 e il 1513. La scheda ricorda inoltre come Carlo Falciani abbia rilevato possibili parallelismi con Rosso Fiorentino e come altri studi abbiano proposto Visino, confermando comunque l’appartenenza all’ambito sartesco.

Cinque secoli e diversi nomi per la stessa tavola.

È difficile immaginare un esempio migliore per capire quanto l’attribuzione non sia una targhetta inchiodata per sempre alla cornice, ma una costruzione critica che può cambiare quando cambiano gli studi, i confronti, i documenti e gli occhi di chi osserva.

Ed ecco allora il piccolo cortocircuito dell’asta di oggi.

Dorotheum ci presenta un “imitatore di Pontormo” e lo mette in relazione con un’opera degli Uffizi che, nel catalogo pubblico italiano, non è attualmente classificata come Pontormo, ma come cerchia di Andrea del Sarto.

Non è una contraddizione da smascherare. È, piuttosto, la fotografia perfetta di quanto possa essere complessa la storia attributiva di un dipinto antico.

E allora: partecipo all’asta?

È qui che la domanda diventa interessante.

Vedo 400 euro. Vedo il nome Pontormo. Compro?

La risposta non può essere automatica.

Prima del prezzo vengono almeno tre domande: che cosa sto comprando, a quale epoca appartiene realmente l’opera e quale rapporto materiale e storico possiede con il modello al quale viene ricondotta?

La scheda Dorotheum ci dice che si tratta di un olio su tavola parchettata, con cornice lignea dorata e, sul retro, un timbro riferito, con un punto interrogativo nella stessa catalogazione, al restauratore Fr. Antoine di Vienna. Ma nella scheda pubblica non compare una datazione precisa dell’esecuzione né viene proposta l’identità dell’autore.

E questo cambia completamente il modo di guardare quei 400 euro.

Perché 400 euro non sono il valore di un Pontormo. Sono la base dalla quale il mercato è invitato a misurare l’interesse per questa particolare opera: un’immagine legata a un modello antico importante, ma senza un’autografia riconosciuta e senza, nella scheda d’asta, un autore identificato.

Che cosa ci aspettiamo oggi?

Non avrebbe senso inventare adesso un prezzo finale. Non abbiamo elementi sufficienti per farlo.

Quello che possiamo osservare sarà molto più utile.

Vedremo innanzitutto se qualcuno offrirà i 400 euro. Poi, se nascerà competizione, capiremo quanto il mercato sarà disposto a riconoscere non al nome di Pontormo — che il catalogo esplicitamente non attribuisce all’opera — ma al dipinto stesso, alla sua qualità, al soggetto, al rapporto con il modello degli Uffizi e alla curiosità che inevitabilmente accompagna una storia attributiva del genere.

Potrebbe fermarsi vicino alla partenza.

Potrebbe non trovare compratori.

Oppure potrebbe accadere qualcosa di più interessante.

Ma sarà proprio il risultato a darci una prima risposta: quanto vale, per il mercato, un’immagine quando il grande nome rimane sulla porta ma non può entrare nella stanza?

Forse è questa la ragione per cui oggi seguiremo il lotto.

Non per scoprire un Pontormo dimenticato a 400 euro.

Ma per osservare, ancora una volta, quella distanza sottile che esiste tra un’opera, un nome e un prezzo.

Tre cose che nelle aste sembrano camminare insieme.

E che, qualche volta, prendono strade completamente diverse.

Oggi vedremo dove andranno.

E quasi a chiudere il cerchio, il 9 ottobre, appena sedici giorni dopo quest’asta, alle Scuderie del Quirinale aprirà la grande mostra monografica dedicata a Pontormo, realizzata in partnership con le Gallerie degli Uffizi. Un nome che oggi osserviamo ai margini di un catalogo d’asta tornerà, pochi giorni dopo, al centro della scena.

© Riproduzione Riservata – Marino Marchetti

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