Il mercato dell’arte sembrava avere trovato una nuova bussola. Non più soltanto New York, Londra o Parigi, ma il Golfo: Doha, Abu Dhabi, Dubai. Art Basel Qatar, Frieze Abu Dhabi, musei, capitali, collezionisti. Le opere, come uccelli preziosi, parevano pronte a migrare verso nuove rotte.

Poi è arrivata la guerra. E con Hormuz non si è chiuso solo un passaggio di petrolio: si è incrinata l’idea stessa di circolazione. Un quadro non è una nave cisterna, ma viaggia anch’esso: assicurazioni, dogane, voli, caveau, fiere, aste, compratori.
I numeri restano forti: Christie’s e Sotheby’s hanno chiuso il 2025 in crescita, e il Klimt da 236,4 milioni dice che il capolavoro trova ancora denaro. Ma il futuro sarà meno ingenuo. Non vincerà solo chi compra. Vincerà chi saprà collocare l’arte dove capitale, sicurezza e fiducia riescono ancora a incontrarsi.
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In un mercato dell’arte che cambia rotta, anche un oggetto dimenticato può meritare uno sguardo più attento.
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Chiedo soltanto, se l’esperienza sarà utile, una breve testimonianza scritta.
Un primo sguardo indipendente può aiutare a capire se vale la pena approfondire.
Marino Marchetti
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